LA TAVOLA ROTONDA

De rebus novis non disputandum est

Cascare dal pero rappresenta il modo di dire che forse più si avvicina alla situazione in cui gli alunni di terza liceo si trovano dopo la comunicazione ministeriale della modifica dell’esame di maturità, annunciata due mesi fa e divenuta realtà da qualche settimana con la comunicazione delle materie oggetto della seconda prova — e da quest’anno occorre proprio usare il plurale, latino e greco insieme. Come di consueto per un tema tanto delicato come la scuola si sono scatenate molteplici reazioni, dagli encomi (pochi) alle critiche feroci (molte), con un dubbio che accomuna tutti quanti: perché la scuola continua a cambiare?

La prima (prevedibile) risposta potrebbe essere: perché quella che c’è non va bene. Ottimo, senz’altro, ma allora è opportuno domandarsi: a chi non va bene? Non va bene verosimilmente agli esponenti di tutte le forze di governo degli ultimi lustri che hanno principalmente reso ogni riforma scolastica l’espressione della propria parte politica — peccato che difficilmente ciò coincida con quella di chi con la scuola ha a che fare quotidianamente come docenti e studenti.

Una seconda risposta (che si sente tanto di questi tempi) invece potrebbe essere: perché c’è bisogno di cambiamento. Giusta osservazione, se non che l’equazione cambiamento=miglioramento rappresenta un popolare falso mito senza dubbio da smentire.

Questo bisogno spasmodico di qualcosa di nuovo a tutti i costi, infatti, non sempre, anzi piuttosto raramente, si traduce in una trasformazione positiva, in particolar modo in una situazione come quella corrente dove tutto è stato fatto frettolosamente e buttato lì, a partire dalle simulazioni di seconda prova letteralmente copiate dal Liceo Classico Europeo. Ormai per quest’anno “la frittata è combinata”, purtroppo; non resta che il futuro affinché, da parte di chi sulla scuola decide, si realizzi il cambiamento forse più significativo: imparare ad ascoltare, a meno che non sia troppo occupati e assorti nel narcisismo propagandistico dei propri tweet.

Stefano Vallino

La risposta di Pierpaolo Campana, docente di italiano e latino

«Il trionfo della spazzatura»

Il sistema scolastico è ormai da decenni oggetto di cambiamenti continui, che solo di rado sembrano giustificati da autentiche ragioni didattiche; pertanto la recente riforma degli Esami di Stato, i cui aspetti negativi – evidenti a chiunque conosca la scuola – sono stati subito denunciati in varie sedi, appare la semplice prosecuzione di una tendenza consolidata (sebbene in questo caso si registrino livelli di approssimazione senza precedenti, come mostra anche solo la superficialità con cui sono state confezionate le tracce delle prime simulazioni di esame, talora frutto di plagio e zeppe di errori che offendono lʼintelligenza e lʼimpegno di tutti).

Sembra utile soffermarsi piuttosto su un’altra questione: le ragioni profonde dell’incontro quotidiano tra insegnanti e alunni, che “convivono” nelle aule ogni giorno per cinque anni. Chi ritiene che ciò accada perché alla fine, per tre giorni, si svolgono gli esami attribuirà una certa importanza a simili riforme; eppure, nonostante la pressione che il mondo di oggi esercita in questa direzione, si stenta a credere che Platone, il DNA, Dante, le equazioni differenziali, Virgilio, la teoria della relatività, Euripide, la Cappella Sistina, il sistema nervoso, Shakespeare, lʼOrlando furioso, i quanti, Picasso, Proust possano ridursi a puri mezzi per rispondere alle domande di una interrogazione o di un esame.

Vari segnali suggeriscono che per molti la scuola rappresenti soprattutto un problema: la conoscenza, il rigore, il confronto con la complessità, lo sviluppo di un pensiero astratto e di una coscienza critica sono strumenti di emancipazione e libertà che hanno sempre spaventato chi spera di perpetuare le proprie posizioni di potere e privilegio. Tutto questo, però, costituisce una conquista lunga e complicata, irta di difficoltà e frustrazioni, ed esige fatica, tenacia e sacrificio. Dunque, concentrare lʼattenzione esclusivamente sulla nuova formula dellʼEsame di Stato significa scambiare gli effetti per le cause, dato che essa si limita a rendere solo più evidenti tendenze di antica genesi riconoscibili in ogni ambito: la banalizzazione dei contenuti, lʼimpoverimento concettuale, lʼinconsistenza culturale, lo scempio della forma appaiono il risultato della lenta erosione a cui interessi molteplici da tempo sottopongono la scuola, mutandone progressivamente natura e scopi. Per questo le trombe festanti della semplificazione del pensiero e la chimera dei risultati facili celano un inganno i cui perniciosi effetti si estendono ben oltre le stranezze dellʼennesima novità normativa: esse annunciano un inquietante «trionfo della spazzatura», che «esalta chi non se ne cura» (E. Montale).

La risposta di Michelangelo Caponetto, docente di filosofia e storia

«Il nuovo esame di Stato e la scuola dell’UE»

La domanda giustamente posta nella discussione è perché la scuola sia obbligata a continui cambiamenti. La risposta non può limitarsi al contesto italiano, deve far riferimento ai diktat europei. La lettera della BCE all’Italia del 2011 (leggibile sul sito del “Sole 24 Ore”) imponeva l’agenda delle “riforme” ai successivi governi. Oltre a tagli sulle pensioni (vedi Fornero) e licenziamenti facili (Jobs Act), la lettera menzionava anche la scuola. La BCE “auspicava”, meglio intimava, quanto segue: «negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione)». È qui la genesi della “Buona scuola”, della quale il nuovo esame è un corollario.  

L’UE, in verità, ha posto fin dai suoi albori il tema della trasformazione della scuola. Nel 2000 la “Strategia di Lisbona” indicava quale «obiettivo centrale della riforma dei sistemi educativi […] aiutare l’Europa a diventare l’economia della conoscenza più competitiva e dinamica del mondo»; la Raccomandazione del Parlamento del 2006 individuava le “competenze chiave” che le istituzioni scolastiche avrebbero dovuto perseguire: tra queste lo «spirito di iniziativa e imprenditorialità», da incoraggiare a tutti i livelli d’istruzione. Più di recente la Raccomandazione del 22 maggio 2018 affermava: «Gli Stati membri dovrebbero […] incoraggiare la competenza imprenditoriale […] favorendo le occasioni in cui i giovani possano fare almeno un’esperienza imprenditoriale pratica durante l’istruzione scolastica». Queste le motivazioni delle riforme, con l’intento dichiarato di asservire la scuola al mercato; di sostituire le competenze, ossia l’applicazione passiva di tecniche, alle conoscenze, alla cultura, alla formazione globale. La nuova maturità è coerente con l’ordine neomercantilista dell’UE: via la “tesina”, nella quale lo studente doveva concepire un percorso di ricerca, sostituita dalla relazione sull’alternanza; via il tema di storia, prima che gli studenti si mettano in testa l’idea balzana che la dittatura del mercato sia un prodotto storico e come tale modificabile, perché bisogna pensare che There Is No Alternative, come spiegava la Thatcher; il colloquio orale ridotto a un Rischiatutto nel quale si sceglie una busta con domande preconfezionate. Varrebbe la pena chiedersi se il modello sociale dell’UE e la scuola su di esso forgiata, in funzione del mercato, producano reali opportunità per i giovani, condannati quando va bene a cercar fortuna chissà dove, quando va male a un futuro di precarietà e insicurezza sociale.