The un-To(o)l-d truth

Trilli e intervalli dubitanti accolgono l’inizio di questo anno scolastico. Acuti assillanti che contornano  il sapore di novità fin dal 7 agosto. Sono tornati.

I Tool, in base al rapporto con l’industria musicale, al modus operandi delle loro creazioni e all’unione col pubblico sono paragonabili a una setta. Elettivi, fanno di tutto per sparire e lasciare che solo la Musica narri le loro storielle eteree. Che  forse sono semplici sentimenti umani. O addirittura il nulla. Fatto sta che il loro quinto disco ufficiale è stato “offerto” (l’arte si paga…) agli ascoltatori ben 13 anni dopo il precedente “10000 Days”. E a dar loro tempo non si sbaglia mai. “Fear inoculum” contiene in sé tutta la mitologia, la magia e l’evoluzione della band, e non mancano gli interludi sperimentali tra un pezzone e l’altro.

Aumentare progressivamente la durata delle composizioni e ridurre allo stesso tempo  il numero di tracce su un album non è proprio la cosa più semplice del mondo. D’altronde non lo è neppure essere all’altezza di se stessi dopo che una Divina Commedia musicale quale “Lateralus” ha portato gli spiriti all’ascesa e ricaduta infinita… non si capisce granché finora, vero? Be’, allora eccovi un assaggio della sensazione che si prova al cospetto della musica dei Tool. E qui si giunge al Jazz.

La parola che apre le danze è Immunity, contenuta nell'”allegorica elegia” sul superamento dell’oscurità attraverso l’immersione in essa (zeeen), che è la titletrack creatrice del tessuto respiratorio caratterizzato dai sincopati ritmi in sette che guideranno l’opera per tutta la sua durata. Poi arriva Pneuma (viva il greco) a cui segue il primo interludio (Litanie contre la peur) dove M. gioca al sintetizzatore e prosegue la lotta al timore, che si conclude idealmente con la successiva Invincible. O forse dovrebbe. Non conforta infatti lo stoicismo di Legion Inoculant, e preoccupa la shakespeariana Descending. A questo punto l’unico rifugio è forse Culling Voices, la riflessione interiore che precede l’apoteosi conclusiva racchiusa tra due interludi: 7empest, i granitici 16 minuti che aprono gli occhi sul continuo bisogno (terribile e stupido) da parte degli esseri umani di una guida, di qualcuno cui obbedire.

 Tuttavia i Tool concorderanno se concludo con un bel “l’analisi è inutile e controproducente”. Come tutte le opere d’arte, anche qui si è di fronte a un denso magma di significati e riferimenti, concetti e suggestioni che hanno il pregio di non morire mai ed essere continuamente in evoluzione, e soprattutto hanno la necessità di non essere presi pedissequamente alla lettera o uccisi dall’ eccessiva riflessione.

Tutto  questo potrebbe essere un gioco e Kant mi ha detto che non percepiamo manco la verità. Nel dubbio non resta che fluttuare tra le spirali e l’infinito e fondercisi. 

di Matteo Scaramozzino